e vivo di latitudini
come una vetta senza più cielo,
in quell’ultimo favore prima del vento
a piangere primavera
intermittente e rigido,
quasi viale

a volte mi fermo nei temporali
in un tentativo di panchine
che sa di legno,
accanto a numeri da calendario
col verso simile agli alberi
dove il pomeriggio è l’ombra
addosso al ramo

dove argini e lancette
dividono il tempo
tra distanze e limiti d’architetto,
ed è come se fossero appuntamenti
le conseguenze dei giardini
quando muti recintano parole

-rimane qualche impronta di sabbia,
troppo stanca per essere mare-

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