Si può vivere alla fine del mondo?

Probabilmente si!

Forse è sempre stato l’unico luogo in cui vivere, in cui essere parte, forse è proprio a quelle “latitudini” che il termine mondo può – e potrà – avere ancora un senso.

Esattamente alla fine del mondo, dove la natura è quella più recondita e selvaggia,  dove l’alba ci ha visto muovere i primi passi, dove la voce era un suono simile al tuono o al fiume in piena, dove vivere era un concetto lasciato al vento e il silenzio bastava alla parola. Perchè è un messaggio universale quello del  ritorno alla natura, al ritmo selvaggio delle cose, alla vera essenza di questo viaggio, insieme e intorno a questa palla d’acqua che “viaggia” da sola (e da miliardi di anni) nel buio assoluto dello spazio.

E in fondo non sarà nemmeno un ritorno, ma qualcosa che ci vive dentro, che ci portiamo addosso, un richiamo ancestrale al quale – spero – non sapremo negarci.

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E sarà una missione indimenticabile, non fosse altro che per la necessità antropica del viaggio, una sorta di arrivo partendo, qualcosa simile alle radici quando scavano sapendo di restare legati all’albero, eppure vanno. Così l’uomo, iniziando milioni di anni fa con le migrazioni verso nuove terre e nuove opportunità, peccato che poi, queste opportunità, si siano trasformate in qualcosa di diverso.

Ma come scrissi tempo fa, fortunatamente fuori -e forse proprio alla fine del mondo- ancora si ama, a dispetto di egoismi, geopolitica e finanza.  Riscoprendo priorità da tempo dimenticate e archiviate in qualche recesso talmente impenetrabile da non riuscire più a scorgerne i punti cardinali, magari attraverso due “condizioni” tipicamente umane, come la scrittura e la musica. Esempi altissimi di partecipazione e condivisione che attraverso la fissazione di un significato o grazie ad alcune intelaiature sonore, formano identità, connessione e legame, fondamenti imprescindibili di ogni comunità, di ogni cultura.

Perché se dalla scrittura si può desumere la grazia delle parole, attraverso le quali ogni forma d’espressione è appartenenza e inizio, null’altro che l’assunto stesso della presenza, dalla musica si può trarre la percezione eterea e mistica della vibrazione, destinata a produrre influenze e conseguenze emotive senza le quali ogni atto umano sarebbe privo di significato.

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Per quanto attiene la scrittura, un esempio che in qualche modo racchiude il senso di quanto appena esposto è il bellissimo “Il mondo alla fine del mondo” di Luis Sepulveda, che in questo romanzo, ambientato nella Terra del Fuoco, un arcipelago dell’America del sud, situato all’estremità meridionale del continente diviso tra l’Argentina e il Cile, dà voce al grido indignato, ma anche al canto ammaliante, della natura ferita. Proprio quel lembo estremo del pianeta che si trasforma – con le sue distese infinite, le sue navi fantasma, i suoi capitani indomabili –, simbolicamente, nel luogo dell’apocalisse, scenario di una storia di mare e di viaggi.

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Altra prova fondamentale per “ritornare” è senza dubbio “In Patagonia”, di Bruce Chatwin scritto nel 1977.  Un diario del viaggio che l’autore intraprese alla ricerca delle tracce di un suo antenato marinaio attraverso la Patagonia argentina e cilena. La narrazione, secondo il consueto stile chatwiniano, si abbandona a numerose divagazioni di tipo storico e scientifico. L’opera si configura anche come una ricerca delle proprie radici, ripercorrendo le vicissitudini affrontate da un leggendario personaggio della famiglia dell’autore, il capitano Charles Milward.

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Ma anche la musica, come accennavo prima, lascia la sua “impronta” intensa e magnifica e allora, anche per restare “lontani”, vi propongo uno dei canti più antichi e viscerali che abbia mai sentito. L’elemento distintivo di questo genere di musica è l’utilizzo della tecnica del canto armonico, nel quale il cantante, sfruttando le risonanze che si creano nel tratto vocale che si trova tra le corde vocali e la bocca, emette contemporaneamente la nota e l’armonico relativo (detto anche ipertono), il cui timbro può ricordare quello di un flauto. E ditemi se non sembra la voce arcaica della terra.

Altra dimostrazione di viaggio mistico è in assoluto il suono primitivo e totale del Didgeridoo degli aborigeni australiani. In questa performance ne rappresenta il significato più caratterizzante e quello più nascosto e spirituale, quello che offre il fianco a voli mentali di sconfinata e ineluttabile partecipazione, a tratti oniricamente visiva.

Ancora un brano, di un gruppo più vicino a noi in termini di latitudine, che attraverso un approccio musicale inquietante basato su armonie vocali soprannaturali e percussioni fragorose, coinvolge senza scampo in una mescolanza di ritmi e battiti. Una combinazione di elementi che grazie all’utilizzo di suoni dal timbro onomatopeico, sembra ripercorrere, inerpicandosi, il frusciare graffiante e indimenticabile della natura.

E come non citare Bombino, artista del Niger che con la sua “voce del deserto” e la scelta di adottare integralmente la lingua madre, il Tamasheq, dà vita ad un lavoro ricco di riferimenti e rimandi ai costumi tradizionali tuareg, declinando i concetti di casa, amore, identità, bellezza del deserto, scambio tra le persone. E forse non c’è citazione più vera per rappresentare la musica come mezzo e trama per essere veramente umani, di quella che lui stesso ha rilasciato in un’intervista qualche tempo fa : «La musica è molto importante, è cruciale perché è un modo di comunicare attraverso le emozioni. Non c’è modo migliore per capirsi gli uni gli altri, ne sono convinto. Penso che la gente inizi a conoscere e ad amare una cultura diversa prima di tutto attraverso la musica. La musica è la forza che unisce i popoli, è una verità universale»


Vi lascio con un pensiero di un filosofo e antropologo francese, Claude Lévi-Strauss, che è anche un monito:

“Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui”.

E io aggiungo che se non riusciremo a realizzare  questo “viaggio” di ritorno quanto prima – o almeno a pianificarne seriamente modalità e tempi – avrà ragione lui. Ma, in tutta sincerità, nutro più di qualche dubbio sulle nostre capacità di comprenderne l’urgenza e il senso, soprattutto quello immateriale e primordiale.

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