io sono figlio del silenzio,
in fondo un luogo
troppo lontano per restare,
e questa è una cornice vestita di nero
-strappo di rumore senza biglietto-
che vive per un angolo di fiori,
intorno alle foto in tempesta

sono un sorriso senza più tempo
simile a quella dolce, incauta tregua
abituata alla notte,
alla grazia negata di un giovane ritorno
per tutti gli anni in pegno
e di ogni viaggio un solo sguardo

sono l’eterna incostanza della luce
e di un singhiozzo un chiodo ai rami
che si trattiene sulla carta quando piove,
in fila agli alberi
per la solita, lentissima processione
e sceglie un’improbabile panchina

ricordo ancora quando mi dicevi
– hai remi giusti per pregare,
l’onda giusta per volare,
guarda la tua alba
è un luogo nascosto nelle tasche,
conosce il vento di ogni passo
e di ogni verso la solitudine

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