Mi sono sempre chiesto, sapendo bene che la domanda potrà risultare retorica e banale, anche perchè non credo esistano risposte che siano almeno confacenti, che cosa significa e a che serve scrivere, in particolar modo scrivere poesia. Ho avuto modo di conoscere -da fuori, s’intende- salotti e radicalpoeticoli che sembrano sguazzare piacevolmente in un mare di finte parole e di sostenitori ossequiosi e malleabili. 

Perchè a ben vedere, scorrazzando qua e là,  si scoprono sempre più spesso anfratti in cui citazioni altisonanti e blandizie reciproche, per non dire misere accondiscendenze che non hanno nessuna declinazione poetica, si mischiano in un amplesso di lussuriose menzogne.

Come se la scrittura fosse merce da vendere al mercato, in balia del banditore più gridacciano e accaparrarsi platee un modo per ergersi e pontificare. La scrittura, per questi signori, è l’arte della spocchia e delle sentenze, qualcosa che per essere amata e ammirata deve per forza sottostare a delle dinamiche che nulla hanno a che fare con l’emozione e il sentimento.

I commenti e le meschine pratiche affabulatorie di chi un giorno litiga per un commento, non per forza negativo, e l’altro si genuflette per entrare -o rientrare- nelle grazie di un improbabile critico letterario mi fanno venire l’orticaria.

Pagine e pagine, promozioni e pubblicità ingannevoli sono all’ordine del giorno, rabbia e scoramento, gioia irrefrenabile e post poco “sociali” sono ormai schizzi di follia pura.  Mi  provocano una sorta di repellente distanza coloro i quali sbraitano oggi per annichilirsi domani, coloro i quali possiedono solo un peso corporeo e nemmeno lontanamente una gravità di pensiero. autori (con la a minuscola) che venderebbero anche il deretano per apparire, per qualche ospitata in qualche forum cosiddetto letterario.

Massa di teatranti per i quali non comprerei nemmeno il popcorn.

La scrittura, cari miei, non è un baratto e il verbo “pagare” è l’esatto contrario del verbo scrivere.

Creare, muovere la mente, disturbare emozioni, esperienze è un compito arduo anche per il più fino degli architetti. Figuriamoci io, che non sono nemmeno un muratore. Potrei lasciare progetti e intelaiature a coloro che, evidentemente, possiedono mezzi e possibilità senza limiti, sperando che la scrittura li trovi.

Sperando che la scrittura li trovi e trovi -in quello che in me non ha trovato- un qualche accenno di maledetta perfezione.

Io intanto continuo a cercare.

E se casomai “splendessero lanterne” (per citare un grande autore) magari potremmo rischiararci, insieme, di fervida e garbata verità.