<Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l’ubriacone, l’attaccabrighe?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,
uno bruciato in miniera,
uno ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.>

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

<Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.>

Fabrizio De André, testo sul retro di copertina dell’album Non al denaro non all’amore né al cielo.

Non al denaro non all’amore né al cielo è un album d’inediti registrato da Fabrizio De André nel 1971, narra di otto personaggi che sono deceduti, e dormono sulla collina, all’ombra dei cipressi ed incarnano simbolicamente una serie di sentimenti, dall’invidia all’amore, dalla solitudine alla rabbia. I testi, ispirati ad alcune poesie tratte dall’Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters, vennero lavorati e adattati alle musiche e, in alcuni casi, modificati o ampliati.

Fernanda Pivano restò talmente impressionata dai risultati da affermare: “Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario; lui ha praticamente riscritto queste poesie rendendole attuali, perché quelle di Masters erano legate ai problemi del suo tempo, cioè a molti decenni fa.

Le poesie però, a differenza dei brani del disco, hanno tutte per titolo il nome proprio del personaggio di cui narrano la storia, fatta eccezione per il prologo The Hill (“La collina”). Ascoltando l’album, si ha l’impressione di aggirarsi per il cimitero di Spoon River e sentire, in un certo senso, la voce dell’anima di ciascun personaggio, che narra in prima persona e a suo modo la propria storia.

La prima canzone, La collina, funge da introduzione; le restanti otto tracce narrano ciascuna la storia, il mondo interiore, di ciascun personaggio. Ognuna delle canzoni, dunque, esclusa La collina, ha come titolo la caratteristica principale del personaggio che narrerà la propria storia ed in ciascuna canzone quel personaggio (che sia un giudice, un ottico, un medico, un matto, un malato di cuore e quant’altro), parlando in prima persona, esprimerà ciò che è stato in vita, facendo una sorta di bilancio definitivo della propria esistenza. Nei testi di queste canzoni non sono mai espressi i nomi dei personaggi, se non nell’ultima, Il suonatore Jones, personaggio molto caro a De Andrè perché entrambi sono cantautori.

La collina

“Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.”

È l’incipit sia del libro sia del disco. Parla della misera gente che riposa sulla collina del cimitero di Spoon River: uomini morti accidentalmente sul lavoro (cadendo da un ponte mentre lavoravano, bruciati in miniera) o stroncati da malattie, uccisi nelle risse oppure chi “uscì già morto di galera”; donne morte per aborto o per amore, o chi fu “uccisa in un bordello dalle carezze di un animale”. Non mancano accenni a soldati caduti in guerra e ai loro generali: “Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie con cimiteri di croci sul petto? Dove i figli della guerra, partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male? Hanno rimandato a casale loro spoglie nelle bandiere legate strette perché sembrassero intere”. La canzone si conclude con un accenno al suonatore Jones, “che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero, non al denaro, non all’amore né al cielo”. Questo personaggio tornerà, con una canzone a lui interamente dedicata, a fine disco.

Un matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio)

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa”

La canzone si ispira all’epitaffio di Frank Drummer, personaggio ritenuto pazzo ed internato in un manicomio perché non riusciva a comunicare i suoi pensieri attraverso il linguaggio. Nella canzone ognuno può riconoscere il vero personaggio presente in ogni realtà sociale, colui che viene preso in giro dalla gente in quanto creduto matto, ma alla fine vincitore della sua battaglia sulla presunta di coloro che lo deridevano. Il matto è dunque un poeta che non ha trovato le parole per esprimersi, ma che possiede quella sensibilità ineffabile per la gente comune.

Un giudice

“Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male
E allora la mia statura non dispensò più buonumore
A chi alla sbarra in piedi mi diceva “Vostro Onore”

Il brano è tratta dalla storia di Selah Lively, un uomo da sempre deriso e vittima di malelingue a causa della sua bassa statura (nella canzone “un metro e mezzo” ) il quale, studiando giurisprudenza “nelle notti insonni vegliate al lume del rancore”, diventa giudice e si vendica della sua infelicità attraverso il potere di giudicare e condannare (“giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”), incutendo timore a coloro che prima lo irridevano. La storia si conclude con il giudice che “nell’ora dell’addio”, cioè in punto di morte, s’inginocchia al cospetto del Sommo Giudice, “non conoscendo affatto la statura di Dio”. Grande importanza anche qui, come in Un matto, riveste il tema dell’invidia come motore dell’agire del personaggio; in questa canzone De André mostra come il giudizio altrui possa creare disagio e sconforto. Il giudice, definito iperbolicamente nano da De André, diventa una carogna per il semplice fatto che gli altri sono sempre stati carogne con lui; se l’invidia provata dal matto era accompagnata in vita da un senso d’impotenza, quella del giudice trova invece nella vendetta l’unico sfogo possibile.

Un blasfemo (Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)

“E se furon due guardie a fermarmi la vita
È proprio qui sulla terra la mela proibita
E non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato
Ci costringe a sognare in un giardino incantato”

Il testo è tratto dalla storia di Wendell P. Bloyd, un blasfemo che ha accusato pubblicamente Dio di aver mentito all’uomo per paura che ormai non avesse padroni e che per questo è stato perseguitato e imprigionato dal potere costituito: “non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte”. Ora che è morto, il blasfemo non ce l’ha più con Dio, ma con chi sfrutta la religione per esercitare il potere: “e se furon due guardie a fermarmi la vita / è proprio qui sulla terra la mela proibita e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato ci costringe a sognare in un giardino incantato”. La melodia è tratta dalla canzone Rambleaway della cantante folk inglese Shirley Collins, che era già stata omaggiata in Geordie.

Un malato di cuore

“Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato
[…]
ma che la baciai, perdio, sì, lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra”

Un malato di cuore è tratta dalla storia di Francis Turner, che muore in quanto il suo cuore non regge la troppa emozione che prova non appena conosce le labbra di una donna. Questo è il pezzo che conclude la prima parte del disco, come già detto incentrata sul tema dell’invidia. Il protagonista, malato di cuore fin dall’infanzia, è costretto a sfiorare la vita senza poterla mai vivere, provando solitudine e invidia verso i suoi coetanei. Anche qui, come nel matto, abbiamo molti elementi che portano l’ascoltatore a provare le stesse sensazioni del personaggio, e che gli fanno perfettamente capire il suo stato d’animo (“come diavolo fanno a riprendere fiato […] e mai poter bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti”), accentuati dall’utilizzo della seconda persona. Tuttavia alla fine della canzone il malato di cuore si distingue dal matto, dal giudice e dal blasfemo: mentre il giudice ha trovato nella vendetta la sua alternativa all’invidia abbassandosi al livello di chi lo aveva deriso, mentre il matto è stato spinto dall’invidia a “imparare la Treccani a memoria” (nella poesia di Masters l’Enciclopedia Britannica), il malato di cuore riesce a vincere l’invidia attraverso l’amore, che gli regala un unico momento di estrema felicità prima della morte.

Un medico

“Un sogno, fu un sogno, ma non durò poco
Per questo giurai che avrei fatto il dottore
E non per un dio ma nemmeno per gioco
Perché I ciliegi tornassero in fiore”

Un medico è tratta dalla storia del dottor Siegfried Iseman, il quale, spinto da una genuina passione per la medicina e la professione medica, dapprima si offre di curare gratuitamente la povera gente (“con la diagnosi in faccia, e per tutti era uguale: ammalato di fame, incapace a pagare) ma poi per questo, non guadagnando soldi con cui vivere, cade in povertà egli stesso. A seguito di ciò si vede costretto a inventare e vendere pozioni miracolose (“e il sistema sicuro è pigliarti per fame nei tuoi figli, in tua moglie, che ormai ti disprezza, perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve, l’etichetta diceva: “Elisir di giovinezza”), per poi finire in prigione additato da tutti come imbroglione e ciarlatano (“dottor, professor, truffatore, imbroglione”).

Un chimico

“Da chimico un giorno avevo il potere
di sposar gli elementi e di farli reagire
ma gli uomini mai mi riuscì di capire
perché si combinassero attraverso l’amore.
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore”

Un chimico è tratta dalla storia di Trainor, il farmacista di Spoon River, che non riesce a comprendere l’amore e le unioni tra uomini e donne come invece capisce e controlla le unioni tra gli elementi chimici, motivo per cui non si è mai innamorato o sposato; ironicamente, egli morì “in un esperimento sbagliato, proprio come gli idioti che muoion d’amore”. Egli ritiene l’amore una sorta di gioco, gioco che alla fine porta più dolore che gioia: “Guardate il sorriso guardate il colore come giocan sul viso di chi cerca l’amore. Ma lo stesso sorriso lo stesso colore dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore?”. Il brano è l’unico nella carriera di De André ad essere stato inserito – nel 1972, per volere della casa discografica dell’artista – nei juke-box per partecipare al Festivalbar.

Un ottico

“Daltonici, presbiti, mendicanti di vista
il mercante di luce, il vostro oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali”

La canzone è tratta dalla storia di Dippold, un ottico stanco di consentire ai suoi clienti di vedere semplicemente cosa sta loro intorno, che vuole fare occhiali speciali che aiutino la gente a vedere oltre la realtà, “perché le pupille abituate a copiare inventino i mondi sui quali guardare”. Interessante è la divisione delle strofe: nelle prime due strofe è l’oculista che parla direttamente, mentre dalla terza alla sesta strofa sono i quattro clienti dell’oculista (uno per strofa) che descrivono cosa vedono attraverso le speciali lenti. Tra le poesie di Masters scelte da De André per il disco, questa è l’unica che non fa alcun cenno alla morte del protagonista, il quale inoltre – sia nella canzone sia nella poesia – parla al presente, quasi fosse ancora vivo, anziché al passato come tutti gli altri personaggi, e così anche ciascuno dei quattro clienti che, nella seconda metà del testo, descrivono ciò che vedono attraverso le “lenti speciali”. Il cambio di prospettiva sulla realtà proposto dall’ottico – forse metafora dell’artista – potrebbe celare una allusione all’effetto di sostanze stupefacenti allucinogene: “non più ottico ma spacciatore di lenti per improvvisare occhi contenti”) o, al contrario, rappresentare un modo per scorgere finalmente la meraviglia nelle cose: “e poi la luce, luce che trasforma il mondo in un giocattolo. Faremo gli occhiali così! Faremo gli occhiali così!”. Abbiamo dunque due possibilità: da una parte la volontà di creare un mondo nuovo, migliore, quale funga dal mondo reale; dall’altra la figura del poeta come “creatore” (come mostra l’etimologia dal verbo greco ποιέω, poièo, cioè “creare”). Anche la musica e la voce utilizzata riflettono l’idea di una distorsione del mondo attuale in vista di una nuova realtà: nelle strofe dove sono i clienti a parlare, la voce del cantante è ripetuta e sovrapposta, tanto che spesso risulta difficile la comprensione del testo.

Il suonatore Jones

“E poi se la gente sa
E la gente lo sa che sai suonare
Suonare ti tocca
Per tutta la vita
E ti piace lasciarti ascoltare”

Il suonatore Jones è l’unica canzone dell’album a riportare lo stesso titolo della poesia di Masters, così come tradotto dalla Pivano (nell’originale Fiddler Jones, cioè un violinista; per ragioni di metrica, nella versione di De André Jones suona il flauto come suggeriscono sia la melodia sia i versi: “Finii con i campi alle ortiche, finii con un flauto spezzato”). Per il protagonista, già citato in apertura di album, la libertà che il suonare gli offriva (e che altrove aveva visto invece calpestata, protetta da un filo spinato) era più importante dello status sociale e della ricchezza che avrebbe potuto ottenere coltivando la terra, ed alla fine è morto poverissimo, ma senza rimpianti: finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi, tanti, e nemmeno un rimpianto. È probabile, dato l’argomento e la collocazione del brano a fine disco, che De André volesse identificarsi idealmente nella figura di Jones. Il suonatore Jones è già citato in La collina, prima canzone dell’album con queste parole: “Dov’è Jones il suonatore che fu sorpreso dai suoi novant’anni e con la vita avrebbe ancora giocato? Lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all’amore né al cielo. Lui, sì, sembra di sentirlo cianciare ancora delle porcate mangiate in strada nelle ore sbagliate. Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore: “Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”

Da lontano, le varie lapidi appaiono tutte insieme come un unico grande stralcio di umanità. Solo proseguendo a camminare, e approfondendo le vite dei singoli personaggi, essi risalteranno nella propria individualità. Ma, prima di dedicarsi a loro, De André ci introduce a tutti gli altri residenti della collina, la povera gente morta sul lavoro, in guerra, per amore, per la violenza degli uomini, e per estensione all’umanità tutta.

Ciò che colpisce in quest’opera d’arte è che, nonostante i personaggi siano ormai morti e sepolti, essi ci appaiono nondimeno del tutto vivi, pulsanti, intenti con ardore a provare a giustificare le proprie azioni, a voler dare un’ultima spiegazione del loro operato. Sono ancora combattivi, rancorosi, disillusi, arrabbiati, coltivano ancora idee di grandeur e amori mai sopiti. È inoltre molto interessante la prospettiva ribaltata che ci offre De André, il quale ci rammenta esplicitamente sin dalla scelta dei titoli che “dietro ogni scemo c’è un villaggio, dietro ogni giudice un nano, dietro ogni blasfemo un giardino incantato”, e così via.

I personaggi diventano in questo modo espressione di sé stessi, ma anche uno strumento per raccontare la realtà a loro circostante. Rappresentati in maniera corale, con il mantra ripetuto al termine di ogni strofa a sottolinearne l’uguale compartecipazione a una stessa comune sventura, e l’appartenenza alla stessa grande famiglia umana, essi rappresentano forse ciò che al viandante appare, macroscopicamente, l’inizio del suo tragitto sulla collina.

De André ci ha chiesto di viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci ha meravigliato con luoghi meno comuni e più feroci, ci ha insegnato che non ci sono poteri buoni, ci ha suggerito di non credere al Dio degli inglesi, ci ha ricordato che dal letame nascono i fiori, ma più più di ogni altra cosa, ci ha consegnato un vasto universo di personaggi memorabili, ognuno a suo modo portatore di una sorprendente umanità.

E poco importa se a volte si tratta di peccatori, ladri, disperati, tipi strani: del resto “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”

curiosità:

Sulla copertina della prima edizione la grafia del titolo era Non al denaro non all’amore nè al cielo, con l’accento erroneamente grave anziché acuto sulla congiunzione né. Nelle ristampe successive della Ricordi l’errore ortografico fu corretto ed il titolo fu spostato dalla parte bassa a quella alta della copertina. Tuttavia le più recenti ristampe della Sony hanno nuovamente riportato l’accento sbagliato e il titolo in basso.

__________________________________________________________________

Sono sicuro che il post non sia dei più facili in quanto a lunghezza ma non era possibile trattare una tale opera limitandosi a trattarne soltanto qualche aspetto. In tempi di social e di fugaci condivisioni sarò ben grato e riconoscente a chi avrà avuto l’ardire di arrivare fin qui.

N.B. Le immagini e i video sono liberamente tratti dal web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al proprietario del blog (clicca qui) e saranno immediatamente rimossi.

Anche le notizie che formano il presente articolo sono state tratte dalla rete e in particolare da:

https://it.wikipedia.orghttps://www.cinefacts.it