«È vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell'animo umano. (Epicuro)»

Dopo aver letto il post pubblicato dall’amica Adriana, che potete trovare qui, https://natipervivereblog.com/2020/12/21/non-andare-via/, e averne percepito tutta l’intensità dolorante della scrittura, ho cercato di approntare un pezzo imperniato sul senso filosofico del dolore. Una sorte di riflessione sul peso senza forma del dolore, quel dolore che al di là della gravità fisica si trasforma spesso in un disagio mentale difficilmente sopportabile.

Però, come affermava Wittgenstein, il linguaggio restituisce un senso al dolore tanto da provocare un sollievo alla sofferenza anche se l’espressione verbale del dolore sostituisce ma non descrive il grido. Quindi discuterne potrebbe, forse, in qualche modo “alleviare” quel peso, dargli una forma, una sostanza a cui conferire la giusta dimensione. Forse.

L'arte racconta il dolore e la forza dopo la malattia - La Nuova Sardegna  Oristano

Il termine deriva dal latino “dolor”, che indica l’effetto del dolere, del sentir male, sia a livello fisico che mentale. L’idea del dolore si accompagna in genere a quello della malattia. Secondo numerose teorie filosofiche il dolore ed il piacere sono le sensazioni fondamentali dell`essere umano, dal cui contrasto e rapporto vengono generate tutte le altre. In molte religioni il dolore è considerato uno strumento per la purificazione spirituale.

Il termine dolore indica qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico o morale. Il dolore fisico è argomento della medicina mentre quello morale è stato a lungo dibattuto nella storia della filosofia e in particolare nella Teodicea, “giustizia di Dio”, dal greco theos, dio e dike, giustizia, branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male.

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Le prime concezioni filosofiche sul dolore compaiono nei presocratici come ad esempio in Democrito (460 a. C.-360 a.C.) che afferma che il dolore può essere eliminato moralmente con il perseguimento dell’euthymìa, ossia della tranquillità, della serenità dell’animo. Vero saggio dunque è colui che impronta la sua vita a regole di moderazione, di accorta misura e di equilibrio, rifuggendo i beni inferiori. Con Platone (428 a.C.–348 a.C.) il dolore ha non solo un’origine sensibile ma anche morale dall’anima che ha sede nel cuore di colui che viene punito, per non aver seguito la verità, con la sofferenza con la quale però può riscattarsi e riappropriarsi del bene. Alcmeone di Crotone medico e filosofo greco antico del V secolo a.C., allievo di Pitagora, per primo teorizzò che l’origine della sensibilità fosse nel cervello e non nel cuore, come sosterrà Aristotele (384 a.C.-322 a.C.) che riuscirà a fare affermare definitivamente questa teoria. Fu Erofilo (335 a.C.-280 a. C.) a dimostrare fisicamente che il cervello faceva parte del sistema nervoso: una scoperta questa che venne dimenticata e riportata alla luce da Galeno (129-201) quattro secoli dopo.

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Con lo stoicismo (III sec. a.C. – III secolo) il dolore viene concepito come strumento mistico in grado di porre l’uomo al di sopra della stessa divinità che non ha nessun merito, nella sua perfezione, nell’ignorare quella sofferenza che gli uomini sono invece in grado di vincere senza lamentarsi. Per Agostino d’Ippona (354-430) il dolore ha tre precise caratteristiche: l’universalità, il suo legame sia con il corpo che con l’anima, la sua origine nel peccato.

Nell’epoca medioevale Tommaso d’Aquino (1224-1274) sostiene che la stessa sofferenza dell’anima genera il dolore del corpo. Il dolore può essere alleviato dalla compassione reciproca tra gli uomini che così si spartiscono il peso della sofferenza. La concezione aristotelica del dolore durò per tutto il Medioevo corroborata dal pensiero del medico e filosofo Avicenna (980-1037) che classificò quindici tipologie del dolore che egli considerava sintomo di malattia e esso stesso malattia.

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L’abbandono della concezione metafisica del dolore si ebbe con gli studi cartesiani che identificarono nel cervello la sede del dolore che ivi proviene attraverso i nervi da un’affezione periferica del corpo. Cartesio esclude, in nome del suo rigido dualismo, che il dolore come fatto fisico possa essere associato a fattori psicologici che aiutino a capire l’evento doloroso. Baruch Spinoza introdusse la concezione psicofisica del dolore includendo in esso il fenomeno della melanconia definendo come tristitia sia il dolore fisico che quello psichico:

«Per gioia intenderò la passione per la quale la mente passa ad una perfezione maggiore. Per tristezza invece quella per la quale essa passa ad una perfezione minore…l’affetto della tristezza lo chiamo dolore o melanconia»

Nel 1850 con la nascita della fisiologia sperimentale vengono elaborate le prime due teorie del dolore inteso come evento sensoriale riferito ad una precisa fonte sensibile, diversa da tutti gli altri sensi, o come fatto derivato dall’intensità di una qualsiasi percezione sensoriale che, raggiunto un limite massimo, genera dolore.

Una complessa metafisica del dolore viene elaborata nel XIX secolo da Arthur Schopenhauer (1788–1860). La stessa filosofia per il filosofo tedesco nasce dalla cognizione del dolore: «Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza… La meraviglia filosofica … è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell’intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l’unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l’impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio.»

File:Caspar David Friedrich - Meeresküste im Mondlicht, 1818.jpg - Wikipedia

Se ognuno di noi non fosse che un puro soggetto sensoriale, “una testa d’angelo alata senza corpo”, non potremmo mai uscire dai fenomeni, ma poiché siamo corpo non ci limitiamo a guardarci dal di fuori ma ci sentiamo vivere, sentiamo che il corpo ci appartiene, che è l’oggetto con cui l’io tende a identificarsi e che tutto questo genera dolore inteso come un desiderio di vivere che non trova soddisfazione completa.

Alla ricerca dell’essenza della vita Schopenhauer la scopre nella presenza della “volontà di vivere”, una forza irrazionale e noumenica (termine filosofico usato da Platone, ciò che è pensato o pensabile dal puro intelletto, indipendentemente dall’esperienza sensibile, ossia le idee, in quanto distinte dagli oggetti sensibili) che spinge l’uomo a potenziare sempre più la sua esistenza corporea e ad arricchirla senza rendersi conto che in questo modo egli accresce il dolore di vivere.

La volontà di vivere produce dolore ma non per se stessa, per una sua connotazione maligna: il dolore infatti nasce quando la volontà di vivere si oggettiva nei corpi che volendo vivere esprimono una continua tensione, sempre insoddisfatta, verso quella vita che appare loro come sempre mancante di quanto essi vorrebbero. Quanto più si ha brama di vivere tanto più si soffre. Quanto più si accresce la propria vita arricchendola tanto più si soffre. Non esistono rimedi definitivi per uscire dal dolore poiché questo è connesso alla nostra stessa materialità. L’unica via d’uscita sembra essere quella prospettata dalla filosofia orientale dell’ascesi intesa come volontaria e totale rinuncia alla corporeità.

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Una particolare e approfondita analisi sul tema del dolore è stata condotta da Natoli in diverse sue opere. Secondo Natoli il dolore è parte essenziale della vita e per gli antichi filosofi greci era l’altra faccia della felicità:

«I greci si sentono parte e momento della più grande e generale natura, crudele e insieme divina, si sentono momento di quest’eterno e irrefrenabile fluire, ove non vi è differenza tra bene e male allo stesso modo in cui il dolore si volge nella gioia e la gioia nel dolore»

La natura infatti dava la vita e nello stesso tempo crudelmente la toglieva. Il dolore in realtà fa parte della vita ma non la nega: il dolore può essere vissuto e reso sopportabile se chi soffre percepisce non la pietà dell’altro ma che la sua sofferenza è importante per chi entra in rapporto con lui e con la sua sofferenza. Se chi soffre si sente importante per qualcuno, anche se soffre ha motivo di vivere. Se non è importante per nessuno può lasciarsi prendere dalla morte.

Per Natoli l’esperienza del dolore ha due aspetti: uno oggettivo, il danno («Nel momento in cui la sofferenza è motivata attraverso la colpa, colui che soffre non solo patisce il danno, ma ne diviene anche il responsabile»; e uno soggettivo, cioè come viene vissuta e motivata la sofferenza. La stessa sofferenza è interpretata in modo differente da diverse culture: per alcune il dolore fa parte della contingenza del mondo fenomenico, dell’apparenza per altre invece, è vissuto intensamente come ad esempio nel cristianesimo dove al dolore viene associata la redenzione. Vi è una circolarità tra il dolore e il senso che fa sì che, pur essendo il dolore universale, ad ognuno appartenga un dolore diverso.

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Vi è dunque un senso del dolore e un non senso che il dolore causa. Il dolore infatti contraddice la ragione che non sa darsi spiegazione del perché il dolore abbia colpito proprio quell’individuo e per quali colpe quello abbia commesso e, infine, perché il dolore travagli il mondo. Il tentativo di rispondere a queste fondamentali domande fa sì che l’individuo scopra nuove forze in lui che generino un vittorioso uomo nuovo che, partendo dall’esperienza del dolore, s’interroghi sul senso dell’esistere, tenendo sempre presente però, che il dolore può segnare anche una definitiva sconfitta.

Nel dolore l’uomo può scoprire le sue possibilità di crescita ma questo non vuol dire disprezzare il piacere, sostenendo che questo, invece, ottunde gli animi. Il piacere invece affina la sensibilità come accade per chi ascolta frequentemente una buona musica. Il piacere invece è negativo quando diventa «monomaniaco, eccessivo, quando, anziché sviluppare la sensibilità, la fossilizza in un punto di eccessiva stimolazione. E l’eccessivo stimolo distrugge l’organo.» A differenza del piacere, dell’amore che è dialogo tra due, che è espansivo e affabulatorio anche quando è silenzioso, l’esperienza del dolore chiude il singolo nella sua individualità e incomunicabilità, poiché «il corpo sano sente il mondo, il corpo malato sente il corpo. E quindi il corpo diventa una barriera tra il proprio desiderio, l’universo delle possibilità, e la realizzabilità delle medesime possibilità.»

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Sebbene il dolore sia “insensato” si cerca di spiegarlo con le parole spesso inutili ed allora si cerca dapprima la parola “efficace” che offre la tecnica o la parola “efficace” della preghiera, della fede, che non annulla il dolore, ma dà una speranza nel miracolo. L’efficace uso della parola per spiegare il dolore fa sì che gli uomini trovino conforto nella comune sofferenza, in quella universalità del dolore dove però ognuno rimane nella sua singolarità di senso. La parola efficace della tecnica per un verso ha alleviato il dolore ma per un altro può creare delle condizioni di vita tali per cui la stessa tecnica controlla il dolore senza togliere la malattia, creando così un’esistenza prolungata senza futuro sotto la continua incombenza della morte:

«A partire dal Settecento, ma ancor più nel corso dell’Ottocento, la tecnica è stata sempre di più associata alle filosofie del progresso: infatti ha emancipato gli uomini dai vincoli naturali, ha ridotto il peso della fatica, ha attenuato il dolore, ha accresciuto il benessere, ha conteso lo spazio alla morte differendola sempre di più… ma la tecnica, oggi, è nelle condizioni di interferire in modo profondo nei processi naturali modificandone i cicli…»

Una soluzione all’inevitabilità del dolore può essere l’adesione a un nuovo paganesimo secondo l’antica visione greca dell’accettazione dell’esistenza del finito e della morte dell’uomo.

«Il cristianesimo ha alterato l’anima pagana. Nel momento in cui il sogno di un mondo senza dolore è apparso, non ci si adatta più a questo dolore anche se si crede che un mondo senza dolore non esisterà mai. La coscienza è stata visitata da un sogno che non si cancella più, e anche se lo crede inverosimile tuttavia vuole che ci sia.»

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Anche il cristianesimo infatti teorizza l’uomo finito, ma non essere naturale destinato alla morte, ma come creatura di Dio. Per il cristiano la vita finita condotta secondo il dovere porta all’accettazione della morte come passaggio a Dio. Per il neopaganesimo la vita finita è degna di essere vissuta senza speranza di infinitezza ma vivendola secondo un ethos, che non è dovere di obbedire a un comando morale con la speranza di un premio eterno, ma buona e spontanea abitudine di una condotta consapevole dell’universale fragilità umana.

E voglio chiudere ancora con Spinoza:

«Dopo che l’esperienza mi insegnò che tutto quello che si incontra comunemente nella vita è vano e futile, vedendo che tutto ciò da cui temevo e che temevo non aveva in sé nulla né di bene né di male se non in quanto il mio animo se ne commuovesse, stabilii finalmente di ricercare se ci fosse un vero bene che si comunicasse a chi l’ama e ne occupasse da solo l’animo respingendo tutte le altre cose: se ci fosse qualcosa, trovata e ottenuta la quale, io potessi in eterno godere continua e somma letizia.»

Ecco vorrei che fosse propriamente così.

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