e di foglie a nascere mattina
furono le orme di passi assetati
stelle di un luogo imprecisato
e di un corpo che di lato venne a radice
noi che di vent’anni ne avemmo solo uno
riprendemmo in salita
ogni anca mossa come fosse la prima
limiti di un andare e vecchie strade
e di piccole tracce riunite
conseguenze a memoria di volti a vetro
e barbe fatte con tutto quello che capitava
eppure nessun orizzonte seppe morire
rimanendo incollato sui treni
e sulle destinazioni giunte da lì a poco

e cos’è rimasto delle magliette di gelso
e delle gambe in corsa per una piccola gonna
o di quelle salite chiamate a vento
quando dal mare il sole resisteva sulle viti
di quelle sere mischiate di gente
ma solo per finta presenza
perché dagli occhi ogni chilometro di nero
splendeva come vampa,
a pelle, per raggiungere quel posto
che solo in pochi potevano toccare
e vivere almeno una volta,
come la pioggia tra le fessure da riempire
e le auto in pena per un viaggio
nemmeno immaginato

e che ne è stato della musica
in riva al piano, di quelle voci intatte e strane
scritte con tutta la magia di un sottofondo
e di quel sole in promessa,
furono urgenza e tempo e anche distanze
ma restarono preghiere messe apposta
per essere sante