e mi ricordo il tempo,
quell’angolo dal cuore intatto
che assegnava momenti
tra perle di viaggi mai scontati
e piccole gonne al cielo,
per lungometraggi d’edera infinita
e palloni bucati sulle gambe rosse,
come vento di salti per un dio minore
e rose arrampicate lente
anni da raggiungere in fretta
senza nessun’età di corsa
per luoghi di gambe senza sosta

e poi quel sorriso in ogni gola acceso
di salsedine e di ombrelloni
al sapore di un sole piantato,
arrivo sicuro per onde di mille strofe
e di scogli introversi e aggraziati,
con quei passaggi dagli occhi riusciti
tra battute di vela ad alzare il cielo
e la schiuma a fragranza di sensi
d’immagini e altezze concluse,
e ragazze ai fianchi a dirsi splendore
per mete velate e destinate

sommità a scala di grigie aspirazioni
e di figli a rientrare d’estate
percorsi e sorpassati, storie gracili
di vecchie accordature
che ancora premono e capitano
come quotidianità d’inchiostro
sorpreso e malinconico
in profondità e radice
di metri macchiata e di silenzio in vastità
inconosciuta memoria di vetri