dovremmo andare per strade deserte
tra la sete e l’acqua pendente
con tutta la quiete di un solo senso
per notti impetuose e parole
di mezze pensioni,
a stanare mille corvi
con le mani indolenzite dal tempo
e da quella pena che ci solleva
solo a tratti e ci permette la vita,
dovremmo andare per tempo
parlando di pomeriggi senza sole
e di mattine contuse
con le maniche arrotolate
e il sudore che si affaccia sulle gote
magari in qualche bar
dove i mozziconi sono aperitivi
e le sedie il modo distratto di cadere,
saremmo figure di vetri infranti
laggiù dove si toccano gli occhi
così distanti e perenni
in quella terra d’immagini
che non conoscemmo
e che mai conosceremo
così da girare intorno ai porti
forse rotondi e travestiti dal mondo
senza il coraggio di vivere incontro,
soli, con l’emozione di un campo
talmente ruvida da sperare in un pareggio