Oggi cercherò di evidenziare gli aspetti preminenti di questa cultura millenaria, soffermandomi, attraverso cerimonie e tradizioni, sulle usanze e i modi di sentire la vita per un giapponese. Un “sentire” profondo, spirituale e complesso, tanto da apparire, per noi occidentali, incomprensibile, ma che invece racchiude proprio in questa particolare “diversità” tutta la sua meravigliosa essenza.

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Naturalmente l’articolo proposto è solo una semplice e incompiuta lettura, nemmeno lontanamente rappresentativa della tradizione e cultura giapponese. Ci sarebbe da scrivere ancora e ancora per contestualizzare questo universo così affascinante. Ma per evidenti ragioni di tempo e di lettura mi sono “fermato” solo su alcuni di essi. In ogni caso preparatevi perchè non sarà una passeggiata!

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La cultura giapponese ha subìto grandi cambiamenti nel corso dei secoli, dalla cultura originaria del Paese, detta Jōmon (縄文時代 Jōmon-jidai), alla cultura moderna, all’ibrida combinazione di influenze asiatiche, europee e nordamericane. E’ una cultura diversa da qualsiasi altra cultura orientale. Uno dei tratti che da sempre ha giocato un ruolo significante nella cultura giapponese è la lingua. Nemawashi, ad esempio, indica il consenso ottenuto grazie a un’attenta preparazione. Riflette quell’armonia che è desiderata e rispettata all’interno della cultura giapponese.


La cerimonia del tè (Cha No Yu o Chadō)

La cerimonia del tè è un’attività culturale dalle antichissime origini, tutt’oggi praticata in Giappone, dietro alla quale si nasconde una vera e propria filosofia di vita.  Tale rito coinvolge la preparazione e la presentazione del matcha, un finissimo tè verde in polvere, importato dalla Cina intorno al XII-XIII secolo, insieme al Buddismo.

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La leggenda racconta che fu il fondatore della scuola chàn, Bodhiharma, il creatore della pianta del tè: addormentatosi incautamente durante la meditazione, al risveglio si strappò le palpebre che, cadendo al suolo, diedero vita al germoglio della pianta di tè. Tale bevanda è un ottimo rimedio per tenere la mente dei monaci concentrata durante le lunghe pratiche meditazione. La cerimonia del tè diventò per questo di uso nei monasteri così che anche il consumo di tè seguisse delle precise regole di condotta. Il monaco Zen Dai-o (1236-1308), tornado da una visita in Cina durante il periodo di Kamakura, portò con sé in Giappone la conoscenza di questa cerimonia praticata nei monasteri Zen cinesi. Molti monaci successivamente raffinarono l’arte fino a che il monaco Shûko (1422-1502) non presentò una dimostrazione allo shogun Ashikaga Yoshimasa, uomo amante delle arti, il quale ne fu subito affascinato e da allora il Cha no yu entrò a far parte delle tradizioni secolari giapponesi.

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Risultati immagini per La cerimonia del tè (Cha No Yu o Chadō)Inizialmente la cerimonia del tè diventò “un’attività” solo per la nobiltà. Questo iniziò a cambiare con l’avvento di Sen no Rikyû, che sostituì i raffinati e costosi utensili cinesi utilizzati dalle classi alte nella cerimonia, in favore di utensili semplici e di poco prezzo, ma molto più pratici. Inoltre sostituì le costose sale da tè della nobiltà con le sôan, case da tè in forma di capanna, la cui unica entrata era attraverso una minuscola porta, la nijiriguchi. Gli ospiti dovevano quindi inginocchiarsi per entrare: un espediente che avrebbe messo tutti allo stesso livello una volta all’interno. Rikyû voleva che la cerimonia del tè fosse un rituale libero da qualsiasi impedimento sociale e politico. Egli si rese talmente famoso in Giappone da diventare servitore dei grandi signori della guerra Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi, generali che si batterono per l’unificazione del Giappone tra il 1500 e il 1600. Hideyoshi ordinò però la morte di Rikyû attraverso il rito samurai del seppuku. Egli rimase comunque nella storia per aver stabilito i riti della cerimonia del tè che rimangono ancora oggi.

Armonia (Wa)

Si basa sulle relazioni tra ospite-invitato, gli oggetti scelti, il cibo servito. Queste relazioni devono riflettere l’effimerità di tutte le cose e il loro mutamento costante. Agire in armonia vuol dire farlo senza pretese, senza estremismi, ma in base al moderato ritmo naturale delle cose. Ospite e invitato sono una realtà in continuo cambiamento, così come il cibo che consumano insieme al tè, che deve sempre essere all’insegna della stagione in corso.

Rispetto (Kei)

Tutto ciò che ci circonda, sia le persone che gli oggetti, sono dotati di una dignità innata. Coltivare questo vissuto nella Cerimonia del tè e nella vita permette di comprendere la comunione dell’essenza di tutto ciò che ci circonda.

Purezza (Sei)

La stanza che andrà a ospitare la cerimonia del tè viene prima accuratamente spazzata, in modo che essa sia pronta ad accogliere il “bello”. Questa è anche una metafora della nostra mente, che va ”spazzata” dai vincoli del mondo per renderla aperta a esperienze più alte.

Tranquillità (Jaku)

Bisogna essere in grado di vivere in sintonia con gli altri, trovando una serenità duratura di noi stessi in compagnia di altri.

La cerimonia si svolge in piccole costruzioni in legno, quasi del tutto spoglie all’interno. Gli utensili e le tazze sono tutti in materiale naturale e cambiano a seconda dei mesi e dei periodi dell’anno, per essere sempre in armonia con la natura circostante, secondo i principi del wabi sabi. A seconda delle stagioni cambia la collocazione del bollitore (kama): in autunno e inverno è posto in una buca di forma quadrata (ro, fornace), ricavata in uno dei tatami che formano il pavimento. In primavera ed estate in un braciere (furo) appoggiato sul tatami. La casa del tè (sukiya) è di solito costruita in legno, bambù e paglia, con pannelli in legno e carta di riso che fungono da finestre e porte; il pavimento è ricoperto da tatami, con le tradizionali stuoie in paglia.

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Gli elementi essenziali della cerimonia sono: la casa del tè, una sala per il tè (chashitsu), che può essere anche di pochi tatami, le finestre sono schermate e la luce filtra sommessa conferendo un alone di particolare fascino ad ogni elemento; una stanza per la preparazione (mizuya), una sala d’attesa (yoritsuki) e un sentiero (roji) che, attraverso il giardino, porta fino all’ingresso della sukiya. Gli utensili utilizzati sono: la ciotola per il tè (chawan), il contenitore del tè (chaire), il frullino di bambù (chasen) e il mestolo di bambù (chashaku).

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Gli abiti devono essere di colori discreti; nelle occasioni solenni, gli invitati indossano un kimono decorato con lo stemma familiare e le tipiche calze bianche, i tabi, e devono portare un piccolo ventaglio pieghevole e un pacchetto di fazzolettini di carta (kaishi). Le fasi principali sono: un pasto leggero di sette portate (kaiseki) cui segue un breve intervallo, il nakadachi; si passa poi al goza iri, durante cui è servito un tè denso (koicha), e poi l’usucha, durante il quale è servito un tè meno denso. In tutto la cerimonia dura circa quattro ore, ma si può anche scegliere di svolgere solo l’ultima parte che dura un’ora. Gli invitati, in genere cinque, si riuniscono nella sala d’attesa, poi vengono portati fino alla sala del tè, attraverso un sentiero in cui si incontra una conca in pietra piena d’acqua, dove gli invitati si lavano le mani e si sciacquano la bocca. L’entrata della sala, nijiriguchi è così piccola che la si deve varcare in ginocchio, in segno di umiltà.

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Ci si inginocchia davanti al tokonoma e si fa un rispettoso inchino, poi, tenendo il proprio ventaglio davanti a sé, si ammirano prima il kakejiku appeso nel tokonoma, una piccola nicchia in cui è appeso uno scritto eseguito da un calligrafo esperto, e poi il focolare o il braciere. Finito questo, si prende posto. Dopo che gli invitati si sono accomodati, in ordine rigorosamente precostituito, con la persona più importante (shōkyaku) al primo posto, si apre la porta scorrevole (shōji) e appare il teishu, chi prepara il tè. A ciò segue il posizionamento dei vari utensili e con la preparazione del tè nella tazza, chawan. Ogni commensale viene invitato a consumare il dolce e successivamente gli viene posta dinanzi la chawan. Il primo invitato si scusa col vicino e gli chiede il permesso di servirsi per primo, beve con brevi sorsi dalla tazza, esprimendo con lodi il suo gradimento. Poi pulisce il bordo della tazza che viene ripresa dal teishu e lavata. La cerimonia procede con gli altri ospiti, finché al termine, quando tutti hanno bevuto, il primo ospite (shōkyaku) pronuncia la frase di rito: “Onatsume to ochashaku no haiken o” , cioè chiede il permesso di esaminare gli utensili. Il permesso viene accordato e a turno gli ospiti prendono gli utensili e li osservano con cura. La tazza, osservata per ultima è rigirata tra le mani e varie domande sul maestro che l’ha creata e la sua epoca vengono poste all’ospite. La cerimonia si conclude col teishu che ritorna alla posizione iniziale, si inchina profondamente all’unisono con gli ospiti e richiude la porta scorrevole.

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Bushido

“Io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso.” Il Samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi, perché l’addestramento non finisce mai. Se un uomo pensa di essere giunto alla fine va contro lo spirito del Bushido, mentre se, per tutta la vita, pensa di non essere mai arrivato, quando muore gli altri penseranno che ha completato la Via del Samurai. Pur addestrandosi per tutta la vita è molto difficile che un uomo raggiunga l’uno mantenendosi puro. Se non è puro, egli non raggiunge la via.” (Hagakure, I, 139) – Maestro Yagyu Munemori

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“Abbiamo la tendenza a pensare che la vita quotidiana sia diversa dall’attimo decisivo; così, quando arriva il momento di agire, non siamo mai pronti […] “Il momento presente è adesso” significa prepararsi costantemente all’imprevisto.” (Yamamoto Tsunetomo autore dell’ Hagakure – l’esoterico Codice Segreto dei Samurai, derivante dal Bushido.)

Il Bushido (武士道 Bushidō, letteralmente «la via [o la morale] del guerriero») è un codice di condotta e uno stile di vita – simile al concetto europeo di cavalleria e a quello romano del mos maiorum – adottato dai samurai, cioè la casta guerriera in Giappone. In esso, a differenza di altri addestramenti militari nel mondo, sono raccolte, oltre le norme di disciplina militari, anche quelle morali che presero forma in Giappone durante gli shogunati di Kamakura (1185 – 1333) e Muromachi (1336 – 1573), e che furono formalmente definite ed applicate nel periodo Tokugawa (1603 – 1867). Sebbene risalga al 660 a.C., questo codice fu citato per la prima volta nel Kōyō Gunkan (1616) e messo organicamente per iscritto, in seguito, da Tsuramoto Tashiro, che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunetomo (1659 – 1719) nel noto testo Hagakure. Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri, il Bushido esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, i quali dovevano essere perseguiti fino alla morte. Il venir meno a questi princìpi causava il disonore del guerriero, che espiava la propria colpa commettendo il seppuku, il suicidio rituale.

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Successivamente alla Restaurazione Meiji (1866 – 1869), il Bushido ebbe come punto fondante il rispetto assoluto dell’autorità dell’imperatore e divenne uno dei capisaldi del nazionalismo giapponese. Uno dei princìpi del Bushido, l’assoluto disprezzo per il nemico che si arrende, fu la causa dei trattamenti brutali e denigranti a cui i giapponesi sottoposero i prigionieri nel corso della seconda guerra mondiale (al contrario del mos romano, nel quale con la resa – dopo la relativa intimazione – il nemico viene risparmiato mentre, se rifiuta di arrendersi, viene sterminato); l’inaccettabilità etica della resa e la ricerca di una morte onorevole in combattimento, spinse molti kamikaze al sacrificio.

Risultati immagini per BushidōI sette princìpi del Bushido

Il Bushido si fonda su sette concetti fondamentali, ai quali il samurai deve scrupolosamente attenersi:

義, Gi: Onestà e Giustizia

Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

勇, Yu: Eroico Coraggio

Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

仁, Jin: Compassione

L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una. La compassione di un samurai va dimostrata soprattutto nei riguardi delle donne e dei fanciulli.

礼, Rei: Gentile Cortesia

I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini. Il miglior combattimento è quello evitato.

誠, Makoto: Completa Sincerità

Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

名誉, Meiyo: Onore

Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

忠義, Chugi: Dovere e Lealtà

Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

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Geisha

La geisha è una tradizionale artista e intrattenitrice giapponese, le cui abilità includono varie arti, quali la musica, il canto e la danza.  Le prime figure presenti nella storia del Giappone che potremmo in qualche modo paragonare alle geisha sono le cosiddette saburuko: esse erano cortigiane specializzate nell’intrattenimento delle classi nobili, che ebbero il loro apice attorno al VII secolo per poi scomparire pochi secoli più tardi, soppiantate dalle juuyo, ossia prostitute di alto bordo, che ebbero più successo tra gli aristocratici.

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Per cominciare però a parlare di una figura simile all’odierna “donna d’arte” dobbiamo aspettare fino al 1600, quando alle feste importanti, dove erano chiamate le juuyo, presero a partecipare le prime geisha, che in principio erano uomini. Anche se può sembrare strano, queste figure maschili avevano il compito di intrattenere con danze, balli e battute di spirito gli ospiti e le juuyo partecipanti, qualcosa di simile ai nostri giullari e buffoni medioevali. Col passare degli anni, circa attorno alla metà del secolo successivo, cominciarono a comparire le prime donne geisha, che presero rapidamente piede, contrapponendo alle rudi figure degli uomini la grazia della figura e dei movimenti femminili. Le donne geisha furono così tanto richieste che in pochi anni soppiantarono i loro antenati uomini, acquistando l’esclusiva su questa professione.

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Tradizionalmente le geisha cominciavano il loro apprendimento in tenerissima età. Anche se alcune bambine venivano e vengono ancora vendute da piccole alle case di geisha (“okiya”), questa non è mai stata una pratica comune in quasi nessun distretto del Giappone. Spesso intraprendevano questa professione in maggior numero le figlie delle geisha, o comunque ragazze che lo sceglievano liberamente. Gli okiya erano rigidamente strutturati; le fanciulle dovevano attraversare varie fasi, prima di diventare maiko e poi geisha vere e proprie, tutto questo sotto la supervisione della “oka-san“, la proprietaria della casa di geisha. Il duro lavoro al quale erano sottoposte era pensato per forgiarne il carattere; alla più piccola, shikomi, della casa spettava il compito di attendere che tutte le geisha fossero tornate, alla sera, dai loro appuntamenti, talvolta attendendo persino le due o le tre di notte. Durante questo periodo di apprendistato la shikomi poteva cominciare, se la oka-san lo riteneva opportuno, a frequentare le classi della scuola per geisha dell’hanamachi.

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Qui l’apprendista cominciava a imparare le abilità di cui, diventata geisha, sarebbe dovuta essere maestra: suonare lo shamisen, lo shakuhachi (un flauto di bambù) o le percussioni, cantare le canzoni tipiche, eseguire la danza tradizionale, l’adeguata maniera di servire il tè e le bevande alcoliche, come il sake, come creare composizioni floreali e la calligrafia, oltre che imparare nozioni di poesia e di letteratura e intrattenere i clienti nei ryotei.

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Una volta che la ragazza era diventata abbastanza competente nelle arti delle geisha e aveva superato un esame finale di danza, poteva essere promossa al secondo grado dell’apprendistato: “minarai“. Le minarai erano sollevate dai loro incarichi domestici, poiché questo stadio di apprendimento era fondato sull’esperienza diretta. Costoro per la prima volta, aiutate dalle sorelle più anziane, imparavano le complesse tradizioni che comprendono la scelta e il metodo di indossare il kimono, oltre che l’intrattenimento dei clienti.

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Le minarai assistevano quindi agli ozashiki (banchetti nei quali le geisha intrattenevano gli ospiti), senza però partecipare attivamente; infatti i loro kimono, ancora più elaborati di quelle delle maiko, parlavano per loro. Le minarai potevano essere invitate alle feste, ma spesso vi partecipavano come ospiti non invitate, anche se gradite, nelle occasioni nelle quali la loro “onee-san” (onee-san significa “sorella maggiore” ed è l’istruttrice delle minarai) era chiamata. Abilità come la conversazione e il giocare non venivano insegnate a scuola, ma erano apprese dalle minarai in questo periodo, attraverso la pratica. Solitamente questo stadio durava all’incirca un mese.

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Dopo un breve periodo di tempo cominciava per l’apprendista il terzo (e più famoso) periodo di apprendimento, chiamato “maiko“. Una maiko è un’apprendista geisha, che impara dalla sua onee-san seguendola in tutti i suoi impegni. Il rapporto tra onee-san e imoto-san (che vuol dire “sorella minore”) era estremamente stretto: l’insegnamento della onee-san era infatti molto importante per il futuro lavoro dell’apprendista, poiché la maiko doveva apprendere abilità rilevanti, come l’arte della conversazione, che a scuola non le erano state insegnate. Arrivate a questo punto le geisha solitamente cambiavano il proprio nome con un “nome d’arte” e la onee-san spesso aiutava la sua maiko a sceglierne uno che, secondo la tradizione, deve contenere la parte iniziale del suo nome e che, secondo lei, si sarebbe adattato alla protetta.

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La lunghezza del periodo di apprendistato delle maiko poteva durare fino a cinque anni, dopo i quali la maiko veniva promossa al grado di geisha, grado che manteneva fino al suo ritiro. Sotto questa veste la geisha poteva cominciare a ripagare il debito che fino ad allora aveva contratto con l’okiya; l’addestramento per diventare geisha era infatti molto oneroso e la casa si accollava le spese delle sue ragazze a patto che queste, lavorando, ripagassero il loro debito. Queste somme erano spesso molto ingenti e a volte le geisha non riuscivano mai a ripagare gli okiya.

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Hanami

Hanami (花見? “guardare i fiori”) è un termine giapponese che si riferisce alla tradizionale usanza giapponese di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi, in particolare di quella dei ciliegi, i cui fiori si chiamano sakura.

La varietà di questi alberi di ciliegio, usati a scopo ornamentale, si chiama prunus × yedoensis, conosciuta anche con il nome somei yoshino. Yoshino (le cui colline in primavera si colorano del rosa pallido degli alberi in fiore) è la città d’origine dei ciliegi giapponesi: la leggenda racconta che gli alberi furono piantati nel VII secolo d.C. dal sacerdote En-no-Ozuno, che si dice avesse scagliato una maledizione contro chiunque osasse abbatterli. Comunque sia andata, gli yamazakura sono alla radice di centinaia di ibridi ottenuti in seguito e sono divenuti la varietà giapponese per eccellenza; l’imperatrice Jito (645-702) veniva qui per ammirarne la fioritura.

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Questa tradizione, antica di più di un millennio, è ancora molto sentita in Giappone, tanto da provocare anche vere e proprie migrazioni di milioni di giapponesi dalle loro città verso le sessanta località più famose del Paese; ci sono inoltre le previsioni per la fioritura, come quelle meteorologiche, per sapere esattamente quando comincia la fioritura e fino a quanto dura. Lo spettacolo dei sakura in fiore occupa gran parte della primavera e si può ammirare da inizio aprile (nel sud dell’isola di Honshu) fino a metà maggio (nella settentrionale Hokkaidō).

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Tradizionalmente la festa consiste nell’ammirare la fioritura mentre si consuma un sostanzioso picnic, solitamente con cibo stagionale, all’ombra degli alberi fioriti. Lo hanami si può svolgere anche di notte (durante la quale è liberamente consentito bere alcolici, non comuni di giorno) per ammirare gli yozakura (夜桜? “ciliegio di notte”) illuminati appositamente con delle luci per esaltarne la bellezza. Il fiore del ciliegio, la sua delicatezza, la brevità della sua esistenza sono per i giapponesi il simbolo della fragilità, ma anche della rinascita, della bellezza dell’esistenza.

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Haiku

Lo haiku ha origini molto incerte: sembra derivare dal genere di poesia classica giapponese chiamato waka 和歌 (letteralmente, “poesia giapponese”), poi ribattezzata tanka 短歌 (“poesia breve”) da Masaoka Shiki, ma molto probabilmente trae origine dalla prima strofa (lo hokku) di un renga, il componimento poetico a più mani.

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Per la sua immediatezza e apparente semplicità, lo haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alle costruzioni retoriche dei waka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō.

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Shizuka sa ya
iwa ni shimi iru
semi no koe

Il silenzio
penetra nella roccia
un canto di cicale

(Haiku di Bashō)

Immagine correlataLo haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare. Gli haiku usano linguaggi sensoriali per catturare un sentimento o un’immagine. Sono spesso ispirati da elementi naturali, un momento di bellezza o un’esperienza emozionante. Gli haiku giapponesi consistono tradizionalmente di 17 “on” o suoni, divisi in tre frasi: 5 suoni, 7 suoni, e 5 suoni. I poeti di altra lingua hanno interpretato gli “on” come sillabe. La poesia haiku si è evoluta nel tempo, e molti poeti non rispettano più questa struttura; gli haiku moderni possono avere più di 17 suoni o addirittura solo uno. Le sillabe italiane variano molto in lunghezza, mentre gli “on” giapponesi sono tutti ugualmente brevi. Per questa ragione una poesia di 17 sillabe italiane può essere molto più lunga di una tradizionale poesia giapponese di 17 “on”, eludendo il concetto che gli haiku sono nati per dare l’idea di un’immagine usando solo pochi suoni.

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L’idea giapponese è che l’haiku dovrebbe poter essere espresso in un solo respiro. In italiano ciò significa che la poesia dovrebbe essere lunga 10-14 sillabe.

In ogni haiku è presente un riferimento stagionale (il kigo 季語 o “parola della stagione”), cioè un accenno alla stagione che definisce il momento dell’anno in cui viene composto o al quale si riferisce. Il kigo può essere un animale (come la rana per la primavera o la lucciola per l’estate), un luogo, una pianta, ma anche il nome di un evento oppure una tradizione, come ad esempio i fuochi d’artificio per indicare l’estate. Il kigo costituisce il tema principale dello haiku ed è considerato dagli haijin 廃人 (“poeti di haiku”) il cuore stesso del componimento poetico.

Il Maestro giapponese Seki Ōsuga (1881-1920) afferma al riguardo come “il richiamo alla stagione rappresenta quel sentimento che emerge dalla semplice osservazione e contemplazione della dignità naturalistica, e proprio qui risiede l’interesse nei confronti della poesia haiku, laddove ogni cosa è armonizzata e ricondotta ad unità attraverso questo stesso sentimento.

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I versi dell’haiku sono strutturati in modo da presentare almeno un kireji 切れ字 (“parola che taglia”), ossia una cesura, un rovesciamento che può essere o meno indicato da un trattino, una virgola, un punto, ecc., ma che nella lingua giapponese viene resa attraverso particolari categorie di parole non direttamente traducibili in italiano, come ya や, kana かな e keri けり. Il kireji ha la funzione di segnalare al lettore un ribaltamento semantico o concettuale, un capovolgimento di significato che può avvenire ad esempio tra il primo e i due versi seguenti, oppure in qualsiasi altra posizione. La tradizione poetica risalente allo hokku, vuole, tuttavia, che tale stacco (kiru 切る) venga preferibilmente collocato al termine del primo o del secondo verso. Tale rovesciamento semantico è spesso indice della riuscita di un haiku, sottintendendo la complessità del sentire poetico e realizzando un salto dell’immaginazione tra concetti e immagini apparentemente distanti. Un esempio evidente lo troviamo nello haiku di Masahide, dove il trattino rappresenta il rovesciamento, il salto:

«Il tetto s’è bruciato –
ora
posso vedere la luna. »


Un’ultima nota la dedico per segnalare alcuni film che, anche in questo caso, sono molto legati al mio gusto personale : Memorie di una Geisha regia di Rob Marshall (2005), L’ultimo samurai regia di Edward Zwick (2003), Rashomon regia di Akira Kurosawa (1950), I sette samurai regia di Akira Kurosawa (1954) , Silence regia di Martin Scorsese (2016).

Altre due segnalazioni, questo volta in ambito musicale :

Ryuichi Sakamoto, musicista e compositore. Considerato tra i pionieri della fusione tra la musica etnica orientale e le sonorità elettroniche occidentali. Numerose le sue collaborazioni con vari artisti quali David Sylvian, Iggy Pop, Caetano Veloso, Thomas Dolby, Youssou N’Dour e Cesaria Evora. Invece come compositore sono da sottolineare le musiche per il film Seta (tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco), regia di François Girard (2007) e Revenant – Redivivo, regia di Alejandro González Iñárritu (2015).

Shigeru Umebayashi, compositore, ha al suo attivo più di quaranta film giapponesi e cinesi ed è conosciuto in Occidente soprattutto per le sue musiche nei film dei registi cinesi Wong Kar-wai e Zhāng Yìmóu. Tra i vari film musicati degni di menzione sono In the Mood for Love, regia di Wong Kar-wai (2000), La foresta dei pugnali volanti, regia di Zhang Yimou (2004), La città proibita, regia di Zhang Yimou (2006), The Grandmaster, regia di Wong Kar-wai (2013).


*bibliografia : note e immagini tratte dalla rete e raccordate da alcune considerazioni personali, in particolare da

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