avrei voluto respirare il mare,
almeno un poco, magari quel sale triste e amaro,
e ritrarre il cielo dentro questi occhi neri
così d’affogare nel verde profumo di un nome,
e correggere metri ad andare
chissà se col graffio indifeso di qualche amore,
avrei voluto vincere il fiato di un condottiero
urlando al cielo tutto il fiato in gola
con la magia di essere solo e luogo

proprio come l’aria che non ha voce,
gettato su fiori indefiniti,
a margine, forse argine di una strana dote,
o per l’acqua mischiata di un volo
sbagliando ogni punto
e mille volte sottolineando,
a distanza, tra limiti e partenze in calando
per questo mondo e sottosuolo
come un cercatore d’oro

e con tutta la lacerazione di essere migliore,
per quell’inutile versione lasciata per strada
che è stata e che ancora mi nasce e mi vuole