Oggi parlerò ancora di cinema, in particolare di alcuni spezzoni, che – a mio modesto parere – hanno reso memorabili i film prescelti. O almeno sono le scene che in qualche modo hanno lasciato un segno nella mia piccola raccolta e che, con tutta la dovuta discrezionalità e soggettività, reputo degni della migliore arte cinematografica. Va da sè che tante altre scene avrebbero potuto tranquillamente trovare posto, ma come già evidenziato in altri post sullo stesso argomento, era d’obbligo fare una scelta. Scelta che sebbene opinabile ricalca in maniera fedele il mio modo di intendere il cinema e quindi dopo una selezione alquanto “sofferta” ho ritenuto queste in linea con le mie emozioni, con la “poesia” che mi riescono a trasmettere : a tratti gioiosa, dolente, introspettiva e perfino filosofica. Sono scene che, per chi non ne avesse avuto l’opportunità di “gustarne il senso”, consiglio vivamente di “leggere” con calma, per entrare appieno nelle parole, nelle riflessioni, nei gesti, perfino in quelle citazioni che potrebbero apparire violente o ridicole. Ognuna di esse, sebbene in maniera diversa, possiede una sorta di potenza narrativa che inchioda e sorprende, non solo per l’icastica efficacia espositiva ma anche per la graffiante abilità di svelare la parte più nascosta, misera, leggera, meravigliosa e a volte truce, natura umana.

The Tree of Life

Tree of Life è un altare sorretto da due forze uguali e contrarie, una celebrazione delle più alte dottrine dell’essere umano, un film spirituale, che non rimane nei ricordi immanenti, esprime il suo candore facendo altro, misurandosi con altre storie, con altre parole, è una pellicola per certi versi inafferrabile, ampia, che si ribella e sovverte i paradigmi monolitici, decide cosa mostrare senza fossilizzare le attenzioni su un solo particolare, una vertigine metafisica in cui lasciarsi scivolare, crollare nel suo baratro è un’esperienza non solo visiva.  Terrence Malick reinventa totalmente il concetto di fare cinema, si misura con un poema lirico ed epico, alto e basso, poetico e volgare, riassume in due ore le altezze e le vertigini dello stare al mondo, le immagini che si susseguono sono sconfinate, hanno significati arbitrari e deliberarne migliaia sarebbe riduttivo, ogni sguardo che si posa sul film ha un suo climax personale, un modo di vivere la pellicola che viene condotta attraverso il passato di ognuno. Le nostre vite non sono sagomate unicamente dalle nostre azioni; i ricordi, le sensazioni sono sinfonie visive che vengono lentamente calibrate dai fenomeni naturali, tempeste, tramonti, ghiacciai, geyser. La narrazione che sconvolge maggiormente è quella silenziosa, che non urla tra le righe, che non parla, si impossessa della tua apparente distrazione, è durante la visione ti osserva con discrezione, siamo lo spettacolo della pellicola, non più solo spettatori passivi, Malick cambia sguardo, non è la pellicola che va guardata ma è il riflesso che si contrae, è il nostro mondo, l’universo in divenire, la sua nascita, i suoi angoli, la cinepresa ci ha osservati tutti, e siamo tutti li, nessuno escluso. Il regista ci offre una storia al suo interno, disarticolata ma capace di fornirci qualche domanda di cui abbiamo bisogno, non risposte, ma domande, quelle da porsi con interezza.

La leggenda del pianista sull’oceano

La leggenda del pianista sull’oceano racchiude in sé la metafora di un’esistenza che è specchio stesso dei timori di ogni uomo: l’ignoto, l’indefinito, attraverso cui Alessandro Baricco ha tessuto la storia leggendaria di questo eterno bambino che forse simboleggia, a partire dal proprio nome, l’inquietudine dell’affacciarsi ad un futuro incerto ed incontrollabile: il nuovo millennio. L’umiltà, l’amore, l’amicizia, l’arte sono gli ingredienti di questa trama eccezionale. Tre ore lungo le quali le emozioni raccontano di sé volteggiando tra musica e poesia, nelle gran sale animate dai più ricchi ma soprattutto nei meandri polverosi della terza classe dove l’arte di Novecento prende il volo. E’ assistendo a quel volo melodioso e fluttuante che la terra appare povera, vuota, silenziosa. Novecento, proprio lui che con il suo talento avrebbe potuto vivere in ricchezza, lancia allo spettatore un messaggio semplice e nobile: bastano 88 tasti per essere felici.

Will Hunting – genio ribelle o la grande bellezza

Quella di “Will Hunting-Genio ribelle” (1997) è una storia semplice, brillante ed incisiva raccontata in maniera viscerale e toccante che, procedendo fluidamente senza lasciarsi andare ad eccessivi sentimentalismi, spinge lo spettatore a riflettere sulla difficoltà e sul coraggio dell’essere realmente se stessi, di mostrarsi vulnerabili, rischiando di ferire o di essere feriti. Non è fuggendo la sofferenza, celandosi al mondo, trasformandosi in una caricatura di se stessi che si può dire di aver davvero vissuto, ma è affrontando la realtà, facendo i conti con i fantasmi del proprio passato, cadendo e rialzandosi, che si comprende che la felicità non risiede nella mancanza di sofferenza, ma nella capacità di trovare in sé la forza di affrontarla.

American beauty

In American Beauty l’equilibrio precario di parte dei protagonisti precipita nel momento in cui si trovano costretti a gettare la maschera, rivelando prima a se stessi e poi agli altri indesiderabili fragilità, trovandosi una volte per tutte al cospetto della propria vera personalità ed identità. Ecco allora che tutto il lavoro fatto per dare un’immagine di sé vincente o semplicemente accettabile agli occhi severi del proprio Super-Io sarà destinata ad andare in frantumi di fronte all’emergere prepotente della propria vera essenza, un fattore che può essere messo temporaneamente da parte ma destinato ad esplodere come un vulcano, la forza della cui eruzione è direttamente proporzionale al tempo della sua quiescenza.

Blade Runner

Il film ci porta a riflettere su chi siamo e per quali ragioni siamo definibili esseri umani. L’immagine complessiva che viene fornita dell’uomo è quella di un essere aggressivo, che disprezza e schiavizza il replicante, la macchina insensibile che invece mostra più volte, all’interno del tessuto filmico, di essere in grado di provare sentimenti e pensare. Il film si colloca in un periodo, gli anni ottanta, in cui, in particolare nel cinema americano, si registra una tendenza a presentare una visione fantasmagorica del mondo contemporaneo, la quale palesa il nostro tempo come un’epoca dominata dall’immagine e dallo spettacolo generalizzato. Questo perché, soprattutto a partire dall’introduzione del sistema industriale nella società, la metropoli si è andata via via configurando sempre di più come uno spazio di merci, trasformandosi in merce essa stessa.

L’attimo fuggente

In un collegio maschile rigido e bigotto, in cui vigono metodi di insegnamento retrogradi e sorpassati, Keating irrompe come un lampo nella notte, utilizzando la poesia per spingere i ragazzi a cercare la propria strada e la propria passione, al motto di Carpe diem. Un film semplicemente indimenticabile e determinante nella formazione cinematografica di molti di noi, che ancora oggi continua a ispirare nuove generazioni e a spingerli a rompere le barriere del conformismo e a guardare sempre le cose da più punti di vista. Un film che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti! La sola visione basta a renderlo, oltre a una delle più profonde e appassionate interpretazioni di  Robin Williams, un film da cineteca.

A proposito di Schmidt

La pellicola è un susseguirsi di vicende grottesche al limite dell’assurdo, marchiate dal pensiero del regista di inquadrare un mondo (una vita) triste e traboccante di solitudine, prontamente velata da quell’ironia quasi nervosa che serve solamente a rendere ancora più mesto il messaggio agli occhi dello spettatore. Il viaggio intrapreso dal monumentale Nicholson/Warren diventa retoricamente una presa di posizione del passato, pronto a fare i conti con il Nostro. Conti che non tornano perché il passato non può mai profetizzare le strade del futuro. Solo il palpitante (e decisivo) intervento al matrimonio e la commovente lettera finale indirizzata al bambino africano sentenzieranno che il passato è passato e la vita va avanti. Seppur melanconicamente. Tra le lacune di Payne, sicuramente il rammarico più grande sta nel non aver sfruttato a tutto tondo la figura del protagonista, reso alla perfezione da Jack Nicholson.

Pulp Fiction

“Pulp Fiction”, come altre opere tarantiniane, non segue una narrazione lineare ed è diviso in capitoli. Tarantino articola “Pulp Fiction” assemblando scene indipendenti che raccolgono e ampliano il proprio senso rispecchiandosi e continuandosi di storia in storia. Il pasticcio cronologico rivela una disposizione armonica diretta, sia a partire dall’inizio che a ritroso dalla fine, verso il centro del film: alcuni dettagli apparentemente insignificanti di primo acchito hanno un significato successivamente, così come quello si vede “dopo” spiegherà ciò che si è visto “prima”. Ogni sequenza ha un climax interno che dialoga col bioritmo dell’opera, continuamente animato da vette emozionali, metaforizzate dalla scarica di adrenalina che salva la vita a Mia Wallace, dopo l’overdose. “Pulp Fiction” funziona spettacolarmente bene come catalizzatore di emozioni basse, violente che si manifestano a ogni visione nella ripetizione di un puzzle di storie così intrecciate da permettere allo spettatore anche un ri-montaggio mentale, colmando i vuoti tra uno stacco e l’altro.

Harry Ti Presento Sally

Parte di ciò che rende il film così grande è la sua semplicità. Prima di tutto, i due attori non sono uniti a causa di qualche scommessa ridicola, né hanno a che fare con qualsiasi tipo di magia o incantesimo. Harry e Sally non sono nemmeno alle prese con le differenze di classe o di status sociale (“Pretty Woman”, “Notting Hill”). Entrambi sono bianchi e privilegiati, vivono a New York in appartamenti enormi e sono carichi di soldi e di tempo disponibile. Invece, Harry e Sally hanno semplicemente a che fare con l’annosa questione delle differenze tra uomini e donne. Le questioni che la coppia (insieme ai loro due migliori amici, Jess e Marie, ottimamente interpretati da Bruno Kirby e Carrie Fisher) affronta sono abbastanza universali nei rapporti tra ventenni o trentenni ovunque: lotte per il possesso quando si va a vivere con qualcuno; la necessità di avere una “persona di transizione,” aka un chiodo-schiaccia-chiodo, dopo una rottura; avere a che fare con un partner che è ad “alta manutenzione” (un termine che il film ha coniato). E, naturalmente, la tensione e l’imbarazzo che segue all’aver fatto sesso con un buon amico. La cosa ancora più notevole è la pertinenza del film, la quale si avverte ancora oggi. A parte alcune acconciature e scelte sartoriali, il film è invecchiato molto bene, in gran parte grazie alla sua scrittura.

The Blues Brothers

Film diventato un cult, icona degli anni ’80 responsabile di aver lanciato la carriera di Dan Aykroyd e reso grande per sempre il compianto John Belushi, The Blues Brothers deve la sua fama proprio alle icone di stile e di musica che riuscì a creare. Il film deve la sua forza a una comicità surreale e piena di ironia, e ai tanti momenti musicali che grandi star del mondo del blues ci donarono. La sua fortuna arriva proprio dall’aver raccolto il meglio del meglio, tra un James Brown infuocato che intona The Old Landmark a una furente Aretha Franklin che invita il suo uomo a pensarci bene sulle note di Think, passando per il simpaticissimo Ray Charles, qui venditore di strumenti musicali, che ci vede bene e canta ancora meglio Shake your tail feather. Il tripudio di buona musica ha ovviamente il suo apice nelle esibizioni di due fuoriclasse come John Belushi e Dan Aykroyd, attori e comici per vocazione, bluesmen per passione, che sul palco del Palace Hotel tra una Everybody Needs Somebody To Love e una Sweet Home Chicago incendiano la folla. E’ la comicità a fare la differenza, quella comicità precisa e mirata, dall’ironia tagliente e dalla fisicità marcata che Belushi interpreta alla perfezione e che ha permesso al film di arrivare intatto ai giorni nostri, come un capolavoro ancora moderno, ancora divertente ed esaltante che non smette di appassionare.

*materiale video tratto liberamente dalla rete e recensioni estrapolate da www.cinematographe.itwww.ondacinema.it  il tutto raccordato con alcune mie riflessioni personali.

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